martedì 19 giugno 2018

Qi Jiguang

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Qi Jiguang (戚繼光, 戚继光, Qī Jìguāng, zi: Yuánjìng (元敬), soprannominato prima Nántáng (南塘), in seguito Mèngzhū (孟諸, 孟诸).; Luqiao, 12 novembre 1528 – Luqiao, 5 gennaio 1588) è stato un militare cinese. Fu un famoso generale ed eroe nazionale dell'epoca della dinastia Ming. Si distinse per il suo ruolo in una campagna contro gli attacchi di pirati giapponesi. Si occupò inoltre di rinforzare e accrescere la Grande Muraglia Cinese.

Biografia

I primi anni

Qi Jiguang nacque nella città di Luqiao (鲁桥), nella zona a sud-est della zona amministrativa di Jining (济宁), nello Shandong, da una famiglia di lunga tradizione militare. Un suo antenato servì come comandante militare sotto Zhu Yuanzhang e morì in battaglia. Quando Zhu Yuanzhang divenne imperatore, assegnò alla famiglia Qi il titolo ereditario di Comandante in Capo della guarnigione di Dengzhou (登州), odierna Penglai (蓬莱).
Qi Jingtong (戚景通), il padre di Qi Jiguang, era un uomo retto e onesto e istruì il figlio nella morale. All'età di 17 anni, quando Jingtong morì, Jiguang gli succedette nel comando della guarnigione di Dengzhou. Come i suoi fratelli erano ancora giovani, si sposò con Wang e lasciò gli affari domestici a lei. Oltre a costruire la difesa navale alla guarnigione, dovette anche portare le sue truppe per aiutare nella difesa di Jizhou (薊州, a est dell'odierna Pechino) contro i predoni mongoli orientali nella primavera 1548-1552.
A 27 anni, partecipò con le sue truppe alla difesa di Jimen (蓟门, oggi Changping 昌平, nord ovest di Pechino). A 28 anni superò con successo gli esami militari provinciali e, a 29 anni, si recò a Pechino per sostenere alla sezione di arti marziali l'esame imperiale finale. Durante questo esame, le truppe mongole orientali comandate da Altan Khan penetrarono nelle difese del nord e assediarono la capitale. I candidati, e quindi anche Qi Jiguang, vennero mobilizzati per la difesa. Qi si distinse per il suo straordinario valore e ingegno militare durante la battaglia, che alla fine vide la sconfitta degli invasori.

I pirati giapponesi

Nel 1553, Qi Jiguang venne promosso a Dou zhi hui qian shi (都指揮僉事, commissario militare provinciale) dello Shandong contro le incursioni dei pirati giapponesi (倭寇, Wokou), portoghesi e asiatici del sud-est, ma erano per lo più cinesi. Quando Qi Jiguang assunse la commenda della difesa costiera dello Shandong, aveva meno di 10.000 soldati a portata di mano, anche se la forza registrata era di 30.000. Inoltre, la maggior parte dei disertori erano uomini giovani e forti, che avrebbero potuto trovare una vita altrove, lasciando dietro il vecchio e il debole. Le truppe mancavano anche di formazione e disciplina, mentre le opere di difesa erano fatiscenti a causa degli anni di negligenza. Qui riordinò le sue truppe e rinforzò le difese.
Alla fine del 1555, Qi Jiguang venne spedito nel Zhejiang, dove la situazione era più compromessa: i pirati giapponesi avevano stretto alleanze con i banditi locali, diventando molto potenti. Qi Jiguang, assieme ad altri famosi generali dell'epoca, Yu Dayou (俞大猷) e Tan Lun (譚綸), condusse i soldati Ming alla vittoria decisiva presso Cengang (岑港) nel 1558. Le sue truppe distrussero le ultime resistenze dei pirati hiapponesi presso Taozhu (桃渚), la guarnigione Haimen (海門衛) e Taizhou (台州). Dopo la vittoria a Cengang, Qi Jiguang non solo non venne accreditato per il suo valore, venne quasi retrocesso sopra calunnia che ebbe mantenuto contatti con i pirati giapponesi.
Con la situazione nel Zhejiang sotto controllo, Qi Jiguang si concentrò sulla disciplina e l'organizzazione delle truppe. Egli prese principalmente minatori e contadini dalla contea di Yiwu (义乌), perché era convinto che le persone di questa contea fossero onesti e lavoratori. Egli inoltre seguì la costruzione di quarantaquattro vascelli di diverse dimensioni da utilizzare contro i pirati in mare.
La prima messa alla prova per la nuova armata di Qi Jiguang arrivò nel 1559, con una battaglia di oltre un mese nella prefettura di Taizhou contro i pirati giapponesi, che soffrirono cinquemila perdite. L'esercito di Qi Jiguang stabilì così un nome per se stesso sia tra la gente del Zhejiang sia tra i suoi nemici.
Come risultato delle campagne militari di Qi Jiguang nel Zhejiang, i pirati giapponesi spostarono la loro attenzione alla provincia del Fujian, dove più di diecimila pirati costituirono delle roccheforti lungo le coste, nell'area da Fu'an (福安) a nord, fino a Zhangzhou (漳州) a sud. Nel luglio 1562, Qi Jiguang condusse seimila soldati d'élite nel Fujian, sradicando entro due mesi i tre maggiori centri dei pirati presso Hengyu (橫嶼), Niutian (牛田) e Lindun (林墩).
Siccome le sue truppe avevano subito perdite e molti soldati erano feriti o ammalati, vedendo sottomessa l'infestazione straniera, Qi Jiguang si ritirò allora nel Zhejiang per raggruppare la sua forza e i pirati ne approfittarono per riconquistare il Fujian, dove conquistarono Xinghua (興化, oggi Putian). Nell'aprile del 1563, Qi Jiguang tornò nel Fujian con diecimila soldati riconquistando Xinghua. L'anno successivo, una serie di vittorie decisive dell'esercito imperiale di Qi Jiguang risolse finalmente in modo definitivo il problema dei pirati nel Fujian.
Nel settembre 1565, si combatté la battaglia decisiva presso l'isola di Nan'ao (南澳), vicino al confine tra le province del Fujian e Guangdong, che sancì la definitiva sconfitta del resto della forza combinata di pirati giapponesi e cinesi con di nuovo l'apporto delle forze comandate da Qi Jiguang e dal suo vecchio compagno Yu Dayou.

La difesa del Nord

Alla fine del 1567, con la situazione dei pirati lungo la costa sotto controllo, Qi Jiguang venne chiamato a Pechino per assumere l'incarico dell'addestramento delle guardie imperiali.
Con la rivolta contro la dinastia Yuan a metà del XIV secolo, Zhu Yuanzhang guidò i mongoli a nord al di là della Grande Muraglia Cinese e fondò la Dinastia Ming. Tuttavia, egli non riuscì a indebolire il potere mongolo, che continuerà a tormentare il fronte nord della Cina per i prossimi duecento anni. Quando Qi Jiguang era a Pechino nel 1550, Altan Khan, capo dell'ala destra dei mongoli, sfondò le difese del nord e quasi abbatté Pechino. Nel 1571, la Dinastia Ming conferì il titolo di "Signore Shunyi" (順義 王) al momento di Altan Khan e stabilì il commercio con i mongoli. Poi Altan Khan proibì ai suoi subordinati di razziare gli insediamenti cinesi. Tuttavia, l'ala sinistra dei mongoli guidati da Jasaghtu Khan continuò a testare le difese di Qi Jiguang, ma senza molto successo.
L'anno successivo, gli verrà assegnato il comando delle truppe in Jizhou per difendere l'impero dalle incursioni mongole. In questo periodo, tra il 1567 e il 1570, Qi Jiguang fece riparare e rinforzare la sezione della Grande Muraglia, aggiunse mattoni a delle sezioni in terra battuta e costruì 1.200 torri di guardia dal passo Shanhai al passo Juyong per avvertire dell'avvicinamento dei predoni mongoli. Dopo due anni di duro lavoro, diede la capacità difensiva nel nord un grande impulso. La sede del comando centrale, da cui diresse la difesa di Pechino, era un imponente edificio, alto quattro metri e mezzo.
Nell'inverno del 1572, egli diresse anche le esercitazioni militari di oltre centomila soldati per oltre un mese. Da questa esperienza della manovra, egli scrisse il Lianbing shi ji (練兵實紀, ricordi delle reali esercitazioni militari), che divenne un riferimento insostituibile per capi militari dopo di lui. Nel periodo in cui Qi Jiguang si trovò in Jizhou, non un cavaliere mongolo attraversò la Grande Muraglia entrando in Cina.

La morte

Nel 1583 precoce, Qi Jiguang venne sollevato dal suo dovere sulla frontiera settentrionale e gli venne assegnato un posto inattivo in Guangdong. Ma la sua salute già ammalata peggiorò nei successivi due anni, costringendolo a ritirarsi nella sua città natale, Luqiao, nel 1585. Morì infine nel 1588, giorni prima del Nuovo Anno Lunare. La sua vita è stata probabilmente riassunta meglio dalla sua propria poesia: Trecentosessanta giorni all'anno, tengo la mia arma pronta in cima al mio destriero.

Libri di Qi Jiguang

Ha scritto Jixiao Xinshu (纪效新书), Lianbing shi ji (练兵实纪), Li rong yaolue (莅戎要略), Wubei xinshu (莅戎要略). Ha inoltre composto dei poemi, raccolti in Zhizhi tang ji (止止堂集).

lunedì 18 giugno 2018

Piguaquan

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Il Piguaquan (劈挂拳, Pugilato dell'attacco che spacca) è uno stile di arti marziali cinesi del Nord della Cina ed è classificato come Changquan (pugilato lungo).

La storia

Per Wu Bin, Li Xingdong e Yu Gongbao il nome antico era Pugilato del Cingersi l'Armatura (披掛拳, 披挂拳, pīguàquán, p'i kua ch'uan). Sempre per la stessa fonte questo stile con il suo nome antico è citato nel Jixiao Xinshu del generale Qi Jiguang. Ma Junxiang afferma che oltre al nome antico Piguaquan 披挂拳, sono utilizzati anche i nomi Momianquan 抹面拳 e Piguazhang 劈挂掌. Questo stile oggi è ampiamente praticato nella provincia di Hebei in particolare nelle contee di Yanshan, Cangxian e Nanpi. Questo pugilato, in voga sotto la dinastia Qing, è stato trasmesso fino ai nostri giorni e si è divisa in due scuole principali:
  • quella del ramo Nanpi (南皮一支), creata da un ex ufficiale della guardie della città proibita di nome Guo Dafa (郭大发), originario del villaggio Panliuzhuang (庞柳庄), della contea Nanpixian (南皮县). Questo sottostile venne tramandato dal figlio di Guo, Guo Changrong (郭长荣) e dal nipote, Guo Xiuting (郭秀亭). Il figlio ed il nipote di Guo Dafa sono considerati la seconda generazione di questo sottostile. Essi lo tramandarono a Zhao Shikui (赵世奎) che è vissuto fino all'anno iniziale della repubblica (1911). Egli lo trasmise a sua volta a Guo Changsheng (郭长生, 1896 – 1967, zi Enpu恩普, soprannominato Guo Yanzi郭燕子). Esso è caratterizzato dai colpi di pugno in rapida sequenza e dal Guaquan (挂拳, pugilato a movimenti in sospensione); i metodi di questo stile includono Shuaifa (摔法, metodi di lanciare le braccia come una catena), Paifa (拍法, metodi di sbattere), Pifa (劈法, metodi per spaccare), Lunfa (轮法, metodi di ondeggiamento con le braccia).
  • quella di Yanshan (盐山一支) fondata a metà dell'epoca della dinastia Qing da Zuo Baomei (左宝梅, 1753-1818), originario del villaggio Xiaozuozhuang (小左庄), della contea di Yanshan (盐山), e da un monaco buddista di cognome Han (identificato in Han Toulu 韩透露). Questa scuola è caratterizzata da una serie di colpi di pugno lenti e dal Qinglongquan (青龙拳).
Qualcuno pensa che il nome completo di questa scuola sarebbe Tong bei Piguaquan (通备劈挂拳), ma Wang Ping scrive che il Tongbei Piguaquan è anche conosciuto come Mashi Tongbei Piguaquan 马氏通备劈挂拳, riferendosi perciò ad una ramificazione dello stile, creata da Ma Fengtu 马凤图 e Ma Yingtu 马英图, che unificarono conoscenze in diversi stili. Secondo la voce Piguaquan dell'Enciclopedia dell'Istituto Confucio in origine esso proveniva dal Tongbeiquan (通备拳) anche detto Tongbimen (通臂门).

I Taolu

  • Secondo Zhang Shan e altri nell'area del Gansu,sono tramandati questi Taolu a mano nuda: Yilu Gua Quan (一路挂拳); Erlu Qinglongquan (二路青龙拳); Sanlu Feihuquan (三路飞虎拳); Silu Taishuquan (四路太淑拳); Da Jiaziquan (大架子拳); nell'area di Cangzhou sono insegnati i seguenti Taolu: Guaquan (挂拳); Qinglongquan (青龙拳);Mantao Pigua (慢套劈挂); Kuaitao Pigua (快套劈挂); Paochui (炮锤).
Queste sequenze sono riscontrabili in altre fonti: Shier Datangzi (十二大趟子); Shilu Tantui (十路弹腿); Baiyuan San Chudong (白猿三出洞),Shier Lianchui (十二连锤), Liujiaoshi (溜脚势), Gunleiquan (滚雷拳); ecc. Esiste un VCD dimostrato da Zhou Jianrui 周建睿 dal titolo Yilu Piguaquan: Momianquan 一路劈挂拳:抹面拳,prodotto da Renmin Tiyu Yinxiang Chubanshe人民体育音像出版社, che appartiene ad una serie in cui compaiono anche Erlu Piguaquan: Qinglongquan 二路劈挂拳:青龙拳 e Sanlu Piguaquan: Feihuquan 三路劈挂拳:飞虎拳.
  • Zhang Shan e altri citano questi Taolu con armi: Fengmogun (疯魔棍);Piguadao (劈挂刀);Tongbeijian (通背剑- detta Tipaojian 梯袍剑);Miaodao (苗刀);ecc.
Altre fonti, riportano: Qi qiang (奇枪 che è anche chiamata Meihuaqiang 梅花枪); Liuhe daqiang (六合大枪); Qishisan jian (七十三剑 anche detta Tongbei Dajian通备大剑); Tipao jian (梯袍剑 anche detta Tongbei xiaojian通备小剑); Pigua dandao (劈挂单刀); Pigua shuangdao (劈挂双刀); Fengtou ge (凤头阁); Lanmenjue (拦门撅); sanjiegun (三节棍); jiujiebian (九节鞭); ji (); ecc. L'Enciclopedia dell'Istituto Confucio aggiunge Gunleidao (滚雷刀), Gunpimoqiang (滚劈陌枪).

domenica 17 giugno 2018

Periodo Edo

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Il periodo Edo (江戸時代 Edo jidai), noto anche come periodo Tokugawa (徳川時代 Tokugawa jidai, 1603-1868) indica quella fase della storia del Giappone in cui la famiglia Tokugawa detenne attraverso il bakufu il massimo potere politico e militare nel paese.
Tale fase storica prende il nome dalla capitale Edo, sede dello shōgun, ribattezzata Tokyo nel 1869.

Storia

Il periodo Edo iniziò con il trionfo di Tokugawa Ieyasu nella battaglia di Sekigahara (1600), combattimento caratterizzato dalle circa quarantamila teste nemiche tagliate, che consentì a questo di eliminare ogni opposizione. L'inizio dell'epoca Edo, però, viene generalmente fatta risalire al 1603, quando Ieyasu assunse il titolo di shōgun. Il bakufu (governo militare retto dallo shōgun) si insediò nella città di Edo, mentre l'imperatore rimase nella città di Kyoto: si venne così a creare una sorta di diarchia caratterizzata, con il passare del tempo, dal sopravvento del potere dello shogunato a discapito di quello imperiale. Nei primi anni di governo Ieyasu promosse una serie di importanti opere pubbliche affinché la nuova sede di governo venisse ampliata e abbellita nonché collegata con le città più importanti del Giappone (Gokaidō).
Caratteristica preponderante del periodo Edo fu la politica di isolamento del Giappone, nota come sakoku: si assistette a vere e proprie carneficine di cristiani soprattutto nell'area di Nagasaki, la città a più stretto contatto con gli europei; nella medesima città infatti era sito l'unico porto in cui fosse concesso solamente agli olandesi (poiché bombardarono dalla nave "De Ryp" il castello di Hara dove erano asserragliati dei cristiani) di importare ed esportare mercanzie. Una caratteristica pratica imposta alle persone sospettate di essere vicine al cristianesimo per testarne l'estraneità allo stesso, era quella dello Yefumi, il calpestamento figurato del crocifisso o di immagini della Vergine Maria.
Nel corso dei decenni l'importanza di Edo crebbe enormemente cosicché entro la fine del XVII secolo la città contava già un milione d'abitanti. Gli shōgun Tokugawa sin dapprima dovettero porre freno allo strapotere di certi daimyō, per questo il bakufu emanò una legge che obbligava tutti i daimyō a possedere due residenze: una a Edo e l'altra negli han natii; questi erano poi obbligati a lasciare mogli e figli in città trascorrendo un anno con loro e un altro nei territori gentilizi, inoltre quando un daimyō doveva traslocare era tenuto a portare con sé tutta la corte, spendendo così moltissimo denaro.
Lo shogunato dei Tokugawa conobbe momenti di crisi: nel luglio del 1853 apparvero fregate americane (le cosiddette "navi nere", guidate dal commodoro Matthew Perry) nel porto di Nagasaki che costrinsero il capo militare a firmare accordi commerciali che suggellarono la riapertura di tutti i porti giapponesi al commercio con gli occidentali, ponendo fine al sakoku e inaugurando così, il bakumatsu. Nel 1858 un malcontento generale esplose e l'ormai antiquato bakufu dovette cedere alla pressione delle forze imperiali. Terminò così l'era Edo, mentre andava affermandosi sempre più il ruolo dell'imperatore, che dette inizio alla restaurazione Meiji.

Politica e società

Se il periodo Edo fu preceduto da aspri combattimenti, il potere militare instauratosi si contraddistinse per un regime di repressione a carattere fortemente burocratico. La nazione, plasmata in base ai modelli confuciani, chiuse le porte ai contatti con gli stranieri ed assunse inizialmente le caratteristiche tipiche di una società feudale. Fu proprio durante la lunga dominazione dei Tokugawa che si gettarono le basi per la struttura sociale orientale moderna, nella quale ogni persona assume un preciso ruolo sociale e deve adempiere alla sua missione attraverso il lavoro.
Lo shogunato divenne l'autorità politica più importante, mentre i daimyō conservarono il ruolo di governatori locali, soggetti al potere centrale ma detentori di maggiore autonomia nella gestione dei propri territori. Il sistema introdotto, chiamato bakuhan (ibrido tra un governo centralizzato del bakufu e il modello di feudalesimo suggerito dalla realtà dell'autonomia degli han) si basò su una federazione di duecentosettanta feudi. I daimyō cristiani furono costretti all'esilio e dal 1671 ogni famiglia venne collocata all'interno di una setta buddista e adeguatamente iscritta nei registri dei monasteri buddhisti locali.
L'assetto sociale, mibunsei, dell'epoca era strutturato attraverso una netta suddivisione gerarchica della popolazione in classi di appartenenza ben distinte tra loro, con l'adozione del modello shinōkōshō: samurai, contadini, artigiani, e mercanti. I samurai, pur rappresentando solo il 5% dell'intera popolazione, mantennero una posizione sociale dominante; essendo privilegiati portavano due spade, un cognome e possedevano il diritto di uccidere ed allontanarsi (kirisute gomen). Occuparono soprattutto cariche burocratiche e amministrative. In Giappone, diversamente dal modello cinese, non si formò una élite culturale di letterati e questo fatto indusse la gente comune, in particolar modo i mercanti e gli artigiani, a descrivere il loro ambiente, il loro mondo, le loro regole e il loro codice etico-morale. Col passare del tempo si formò una forte e ricca classe di mercanti, in grado di raggiungere, seppur lentamente e faticosamente, una posizione di privilegio nel controllo economico-finanziario del Paese, agevolati dall'apertura del porto di Nagasaki agli scambi commerciali con i cinesi ed i mercanti protestanti, influenzando in tal modo la cultura e gli aspetti sociali del tempo.
Nonostante la politica di chiusura nei confronti del resto del mondo, l'agricoltura e l'economia, riuscirono a svilupparsi, grazie ad alcuni pilastri fondamentali, quali le proprietà famigliari ed il principio di continuità generazionale.
Il potere centrale, per controllare maggiormente il popolo, promulgò una serie di leggi riguardanti le varie classi: con il Buke-Sho-hatto del 1615 vennero imposti i codici di vita per la classe militare, che prevedevano, tra gli altri, l'obbligo a risiedere, in alternanza, a Edo e nelle province e delineavano la condotta di vita austera e sobria dei Bushi, basata sulla dottrina del Buddhismo Zen; con il Kuge-Sho-hatto invece, la nobiltà e la famiglia imperiale risultarono costretti ad occuparsi di funzioni culturali e rituali, vedendosi allontanare sempre più dall'effettivo potere politico-amministrativo.
La politica di isolamento della nazione, iniziata intorno al 1638 con la chiusura dei contatti con gli stranieri, agevolò il recupero e la valorizzazione delle usanze e della tradizione giapponese culturale, però cristallizzò le differenze di classe in un sistema statico e limitò lo sviluppo del Paese arrestando parzialmente l'economia e l'arte.
Edo, diventando quindi il nuovo centro culturale e politico del Paese, in contrapposizione a Kyoto, si espanse a dismisura superando il milione di abitanti verso la fine del Seicento.

Arti

Architettura

In una prima fase iniziale, l'architettura produsse opere il linea con lo stile shoin del periodo Momoyama e dopo il 1700 incominciò un lento declino.
Le opere più pregevoli furono il castello di Edo e il palazzo Ninomaru del 1626, impreziosito da pregevoli pitture su fusuma e vari altri lavori artigianali decorativi. Attorno ai castelli sorsero le abitazioni dei cittadini, talvolta, come nel caso dei mercanti, anch'esse ispirate allo stile shoin.
Le strutture più originali costruite durante questa fase artistica furono i templi-mausolei, come quello Toshugo a Nikko, innalzato nel 1617, dedicato alla memoria di Ieyasu e per onorarne la deificazione. Il complesso si rivelò un misto tra un tempio shintoista, uno buddhista e una tomba stupa, la cui unica vera originalità consistette negli edifici riservati alla cerimonia del tè (cha-shitsu).
Lo stile successivo allo shoin fu lo sukiya, ben esemplificato dall'estrema semplicità nelle forme, nelle strutture e nella pianta della villa imperiale di Katsura di Kyoto.

Scultura

Anche per quanto riguarda la scultura, il periodo Edo segnò un lento declino artistico, dato che in precedenza le opere erano state prevalentemente di impronta buddistica, e dopo la trasformazione del Buddismo in ritualismo, pochi scultori proseguirono ad esprimere lo spiritualismo contenuto nel pensiero della grande filosofia orientale. Solamente la scultura laica mantenne un certo fervore creativo, manifestato nella realizzazione di maschere per il teatro Nō e nella produzione di oggetti da indossare alla cintola, i cosiddetti netsuke, oppure nelle figure utilizzate per la decorazione di interni, chiamate okimono.

Pittura

Grazie alle mutazioni sociali, le due tradizionali correnti pittoriche, la Yamato-e e la Kara-e si ripartirono in numerose scuole, tra le quali la Kano, impregnata di spirito confuciano, divenne quella ufficiale del tempo e Kano Tanyu (1602-1674), il suo migliore rappresentante. Altre scuole significative furono la Sotatsu-Korin fondate dai pittori Tawaraya Sotatsu e Ogata Korin (1658-1716), e la scuola Tosa molto vicina alla corte.
Durante il medio periodo Edo si diffuse la scuola Nanga o Nanso-ga ("pittura di stile meridionale"), contraddistinta dall'individualità della tecnica, ideata da Sakaky Hyakusen (1697-1752).
Dopo pochi decenni Maruyama Okyo (1733-1795) fondò la scuola che porta il suo nome e che si accostò maggiormente al realismo e al materialismo borghese. Il suo ideatore studiò attentamente sia i libri di pittura provenienti dall'Occidente sia le opere realistiche dell'arte cinese Ming e Ch'ing. Un'altra scuola rappresentante il gusto dei mercanti fu la Ukiyo-e, fondata da Hishikawa Moronobu (1618-1694), inizialmente realizzata a pennello e in un secondo tempo convertìta alla tecnica di stampa, monocromatica e policroma. I temi preferiti furono i paesaggi, figure femminili e scene teatrali. Verso la fine del Settecento si diffuse un gusto dalla pennellata più rapida e sfrangiata.

Ceramica

Le caratteristiche del periodo Edo furono la diffusione delle ceramiche presso la gente comune e la decentralizzazione dei centri produttivi. Tra le porcellane più pregiate si annoverarono: kakiemon, progettate dalla famiglia omonima dalla seconda metà del Seicento e contraddistinte da decorazioni policrome; le porcellane kutani famose per le decorazioni tendenti all'astrattismo e la kiyomizu di Kyoto.

Cultura

Durante il periodo Edo, nonostante la chiusura nei confronti del mondo esterno, in Giappone si studiarono le scienze e la tecnica dell'Occidente. Le discipline approfondite inclusero geografia, medicina, scienze naturali, astronomia, lingua, scienze fisiche, elettricità e meccanica.




sabato 16 giugno 2018

Go-Yōzei

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Go-Yōzei 後陽成天皇 (Go-Yōzei-tennō) (31 dicembre 1572 – 25 settembre 1617) è stato il 107º imperatore del Giappone secondo il tradizionale ordine di successione.

Biografia

Regnò dal 1586 sino al 1611, il suo nome personale era Katahito (周仁). Figlio del principe Sanehito (誠仁親王 Sanehito-shinnō), quinto figlio dell'imperatore Ōgimachi.
Ebbe numerosi figli, con l'imperatrice Dowager Chūwa (中和門院) (1575-1630) ebbe fra gli altri:
  • Shōkō (聖興女王) (1590-1594)
  • Ryūtōin-no-miya (龍登院宮) (1592-1600)
  • Seishi (清子内親王) (1593-1674)
  • Bunkō (文高女王) (1595-1644)
  • Kotohito (政仁親王 che diventerà l'imperatore Go-Mizunoo) (1596-1680)
  • Son'ei (尊英女王) (1598-1611)
  • Konoe Nobuhiro (近衛信尋) (1599-1649)
  • Yoshihito (好仁親王) (1603-1638)
  • Ichijō Akiyoshi (一条昭良) (1605-1672)
  • Teishi (貞子内親王) (1606-1675)
  • Morochika (庶愛親王) (1608-1661)
  • Son'ren (尊蓮女王) (1614-1627)
Alla sua morte il corpo venne seppellito nel Fukakusa no kita no misasagi.

venerdì 15 giugno 2018

Ishida Mitsunari

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Ishida Mitsunari (石田 三成) (giapponese: 石田 三成; settembre 1559 – 6 novembre 1600) è stato un militare giapponese che condusse la fazione opposta a Tokugawa Ieyasu nella battaglia di Sekigahara.

Le prime campagne

Ishida Mitsunari nacque nella provincia di Ōmi nel 1559, figlio di Ishida Masatsugu, samurai che adempiva mansioni logistiche e serviva come medico sotto la famiglia Asai. Mitsunari era il terzogenito, dopo Yajirou (primogenito morto in tenera età) e Masazumi; aveva forse anche una sorella e un fratellastro, che il padre aveva avuto da una concubina. Nel 1573, quando il generale Toyotomi Hideyoshi (che all'epoca si chiamava Hashiba) sconfisse la famiglia Asai, Masatsugu si ritirò a vita privata. Mitsunari fu presto notato dal nuovo signore per le sue capacità di calcolo e per la destrezza nella cerimonia del tè (una leggenda nata nel primo periodo Edo lo vuole monaco buddista, ma tale supposizione si è rivelata infondata). Hideyoshi gli affidò il comando delle salmerie e lo portò con sé nelle sue campagne fino al 1580.
Mitsunari nel frattempo si sposò ed ebbe sei figli dalla moglie: una primogenita (1578) e una secondogenita (1582) di cui si ignora il nome, Shigeie (1583), Shigenari (1588, adottato Gengo Sugiyama), Tatsuko (1591) e Sakichi (1594), più un altro figlio avuto da una concubina. Quando Nobunaga fu assassinato, Ishida seguì Hideyoshi alla battaglia di Yamazaki contro Akechi Mitsuhide. Mitsunari combatté anche a Shizugatake nel 1583, epoca a cui probabilmente risale il suo astio nei confronti di Katō Kiyomasa e Masanori Fukushima, prestando servizio in prima linea. Dal 1585 divenne amministratore della città di Sakai, riformando il sistema finanziario e spezzando il monopolio dell'élite dei mercanti. Nel 1587 Hideyoshi affidò a Masazumi Sakai e diede l'amministrazione di Hakate a Mitsunari. Ishida partecipò alla campagna di Odawara nel 1590 contro gli Hōjō, con alterne fortune visto che non riuscì a conquistare il castello di Oshi.

Daimyō

Hideyoshi fece Mitsunari daimyō nel 1591, affidandogli la provincia di Ōmi come feudo, assieme al castello di Sawayama. Mitsunari volle come suo ufficiale Shima Sakon, all'epoca ronin, a cui diede ben metà del suo feudo. Ishida partecipò alla campagna di Corea come supervisore delle truppe. Amico di Konishi Yukinaga, si attirò le ire e il disprezzo di Katō, che lo definì "un civile immischiato in un'armatura". Ishida criticò la condotta indolente di Kobayakawa Hideaki, nipote del Taiko, alienandosi le simpatie di molti. Tornato in Giappone nel 1593, cercò di avviare una trattativa di pace con l'esercito cinese, intervenuto nella guerra coreana, tuttavia l'indifferenza di Hideyoshi fece fallire i negoziati. Tornato in Corea nell'inverno del 1597, vi restò fino al disastro, per poi tornare in patria nel 1598, quando si capì che la malattia stava portando Hideyoshi alla tomba. Ishida fu nominato fra i cinque amministratori del Giappone da Hideyoshi morente, affiancandolo ai cinque reggenti che avrebbero aiutato il governo dell'infante Toyotomi Hideyori. Preoccupato dalle ambizioni di Tokugawa Ieyasu, Hideyoshi affidò segretamente a Mitsunari il compito di vigilare su Hideyori e la concubina Yodogimi (di cui si diceva Mitsunari fosse amante).

Dalla morte di Hideyoshi a Sekigahara

Hideyoshi morì il 18 agosto 1598, lasciando il Giappone nell'incertezza più totale. L'anno 1599 trascorse relativamente tranquillo, con Mitsunari che teneva d'occhio Ieyasu tramite l'amicizia con uno dei cinque reggenti, Maeda Toshiie. Alla morte di quest'ultimo e con l'entrata di Mitsunari nel consiglio di reggenza, i rapporti con Ieyasu si inasprirono sempre di più. Cominciarono scaramucce che si tramutarono in guerra aperta nella primavera del 1600, nonostante Mitsunari cercasse di evitarlo. Parecchi daimyō si unirono a Ieyasu per l'astio contro Mistunari, che poté invece contare sull'aiuto dei feudatari fedeli alla casa dei Toyotomi. È noto l'episodio a causa di cui Hosokawa Tadaoki servì la causa di Tokugawa: pare che Mitsunari volesse prendere la moglie di quest'ultimo, Tamako o Grazia secondo il nome cristiano, come ostaggio. Ma la dama preferì uccidersi, in segno di fedeltà al marito. Le dinamiche dell'accaduto restano ancora per lo più oscure.
La guerra sembrava sorridere alla fazione dei Toyotomi, con la vittoria di Mitsunari al castello di Fushimi. Tuttavia, all'interno dell'armata, la leadership di Mitsunari venne più volte messa in dubbio, soprattutto da Mori Hidemoto, che sosteneva di avere maggiormente diritto al comando supremo. Fu così che alla battaglia nel villaggio di Sekigahara la sorte tirò un brutto tiro a Ishida. Fino a mezzogiorno sembrava che la giornata gli fosse favorevole, nonostante l'inattività dei Mōri e di Kobayakawa. Tuttavia, nel primo pomeriggio, le truppe di Kobayakawa disertarono e attaccarono alle spalle Ōtani Yoshitsugu, daimyō alleato di Ishida e suo personale amico.
Le truppe dei Toyotomi si trovarono presto circondate e attaccate su più fronti. Shima Sakon morì sul campo per permettere la fuga di Mitsunari, che cercò di ricongiungersi con le truppe lasciate al castello di Sawayama sotto il comando di Masazumi. Tuttavia vi giunse troppo tardi: i Tokugawa avevano già cinto d'assedio il castello. Vi morì l'intera famiglia di Mitsunari, con l'unica eccezione dei figli, che furono risparmiati dal generale Ii Naomasa, fedelissimo di Ieyasu.
Mitsunari si nascose per una settimana sui monti vicino a Hakone, quando fu trovato sempre da Ii e vi si consegnò quasi spontaneamente. Nonostante la maggior parte dei fedeli a Tokugawa Ieyasu lo volessero morto, questi gli offrì la grazia, che tuttavia Mitsunari rifiutò. Si oppose anche a fare seppuku, ma chiese che i suoi figli fossero risparmiati (cosa che avvenne). Ishida fu portato a Kyoto assieme ai suoi due alleati Yukinaga Konishi (catturato durante la battaglia di Sekigahara) e Ekei Ankokuji (consigliere dei Mōri), per essere decapitato. Sul palco dell'esecuzione Ieyasu gli offrì un caco, che tuttavia Mitsunari rifiutò poiché lo avrebbe fatto star male di stomaco (fedele alla filosofia Zen, si comportava come se non fosse affatto sul punto di morire). Fu decapitato da Masanori Fukushima in persona e il suo corpo fu gettato nel fiume vicino.

Considerazioni

La figura di Ishida è stata rivalutata solo recentemente, poiché nei secoli precedenti è sempre stato messo in cattiva luce e demonizzato dalla propaganda dei Tokugawa. Si dice che avesse un carattere brusco e che molti lo snobbassero per questo ma anche a causa delle sue modeste origini. I favori che Hideyoshi gli rivolgeva rendevano gli altri daimyō gelosi all'inverosimile, come Fukushima e Kobayakawa. Si suppone che Ishida, da buddista zen, detestasse i cristiani, tuttavia fra i suoi migliori amici figurava Konishi, famoso daimyō di religione cattolica. La sua figura resta ancora per lo più controversa.

Al di fuori della storia

  • È stato usato da James Clavell come base per il personaggio di Ishido Kazunari (seppur con sostanziali differenze) nel romanzo Shogun.
  • Compare anche nel romanzo di Shiba Ryotaro Sekigahara.
  • Infine, la battaglia di Sekigahara fa da sfondo storico ai giochi per la Play Station Kessen e Samurai Warriors, in cui Ishida comanda uno dei due schieramenti.




giovedì 14 giugno 2018

Guerra Ōnin

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La cosiddetta Guerra Ōnin o "di Ōnin" (応仁の乱 Ōnin no Ran) è un periodo di guerra civile scoppiato in Giappone durante il periodo Muromachi.
Sorto da una disputa iniziale tra Hosokawa Katsumoto, un importante Kanrei, e il daimyō di Kyōto Yamana Sōzen, esso crebbe fino a diventare un conflitto su scala nazionale che vide coinvolto lo Shogunato Ashikaga e numerosi daimyo.
Questo conflitto diede inizio all'Epoca Sengoku, detto Periodo degli Stati in Guerra, che fu un periodo storico molto lungo segnato dal tentativo di vari daimyo di predominare sugli altri per il controllo di tutto il Giappone. Fu in questo stesso periodo che emersero tre importanti personaggi storici, considerati i tre più importanti daimyo del periodo Sengoku, e che avrebbero in seguito unificato l'intero Giappone sotto il dominio di un solo clan. Essi furono Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.

Il conflitto

Il conflitto assurse ad una certa rilevanza storica dal luglio 1467, data da cui si fa partire l'inizio della Guerra di Ōnin. I due contendenti iniziali, Hosokawa Katsumoto e Yamana Sōzen, morirono nel 1473, tuttavia essi avevano scatenato un conflitto di tale entità da rendersi indipendente dal loro ruolo personale. In questo periodo la città di Kyōto era ormai una città fantasma, messa a ferro e fuoco dai due clan rivali, Ōuchi Masahiro, uno dei generali della fazione Yamana bruciò l'intera porzione della città sotto il suo comando prima di abbandonarla e dieci anni dopo l'inizio del conflitto, nel 1477, Kyōto viene rappresentata come un cumulo di macerie e miseria. D'altro canto, nessuno dei due clan in conflitto, gli Yamana e gli Hosokawa avevano ottenuto nulla da questa guerra sanguinaria e feroce se non uccidere qualche sparuto rappresentante del clan rivale.
Durante tutto questo periodo lo shōgun territoriale non fece nulla per impedire il perdurare della guerra, Ashikaga Yoshimasa era del tutto separato dalla realtà del suo paese e poco si curò di quanto accadeva. Mentre Kyōto bruciava egli trascorse il suo tempo scrivendo, leggendo poesie e dedicandosi ad altri piaceri intellettuali, non ultimo la progettazione del Ginkaku-ji, il Padiglione d'Argento che rivaleggiasse con lo Kinkaku-ji, il Padiglione d'Oro che aveva fatto costruire suo nonno Ashikaga Yoshimitsu.
Ma il livello di violenza raggiunto a Kyōto disgustò altri in tutto il Giappone. L'atteggiamento compiacente dello shōgun nei confronti della guerra autorizzò i vari daimyō a procedere nelle loro guerre private, dando vita ad una escalation di guerre che si estesero in tutto il Giappone ed esso non ebbe termine nemmeno quando le ostilità si fermarono nel teatro principale di Kyōto. Nella provincia di Yamashiro il clan Hatakeyama si era diviso in due fazioni che lottavano l'una contro l'altra. Questo stato di violenza perenne non fu senza conseguenze, e nel 1485 i contadini ed i samurai di origini umili diedero vita ad una sommossa, dando vita ad un esercito organizzato, gli Ikki, essi costrinsero gli eserciti dei clan in guerra ad abbandonare la provincia ed istituirono nel 1486 un proprio governo su tutta la provincia di Yamashiro.
Ben presto la ventata di rivolta degli Ikki si diffuse in altre regioni del Giappone, nella provincia di Kaga la setta buddhista amidista, gli ikki iniziò la sua rivolta contro la loro coscrizione da parte del signore della guerra locale, Togashi Masachika e si appellarono ai contadini locali per creare una alleanza permanente al fine di ribellarsi. Fu così che nel 1488 l'alleanza dei ribelli scacciò dalla provincia di Kaga il signore Masachika e presero il controllo dell'intera provincia. In seguito iniziarono ad edificare templi-fortezza lungo tutto il corso del fiume Yodo usandoli come loro quartier generale. Sia il movimento degli Ikki che quello degli Ikkō vengono denominati nella storia giapponese come moti rivoluzionari indicati con un termine specifico: gekokujō (gli umili opprimono i potenti).

Le conseguenze

Con la guerra di Ōnin, lo Shogunato Ashikaga assiste alla sua totale decadenza, ed al suo posto il clan Hosokawa divenne il vero detentore del potere permettendo agli shōgun Ashikaga di regnare come semplici fantocci nelle loro mani. Quando il figlio di Yoshimi, Ashikaga Yoshitane viene eletto shōgun nel 1490, il clan Hosokawa lo costringe alla fuga ed elegge al suo posto un altro esponente degli Ashikaga, Yoshizumi. Nel 1499 Yoshitane raggiunge Yamaguchi, capitale della provincia di Ōuchi e guadagna il supporto del locale clan. Nel 1507 Hosokawa Masamoto viene assassinato e un anno dopo Yoshizumi è costretto a lasciare Kyōto e il clan Ōuchi ristabilirà Yoshitane allo shogunato.

mercoledì 13 giugno 2018

Rivolta di Shimabara

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La rivolta di Shimabara (島原の乱 Shimabara no ran) fu una rivolta scoppiata nel 1637, durante il periodo Edo, nel Giappone sud-occidentale, che vide i cattolici giapponesi, in gran parte contadini, insorgere contro il governo dello shogunato Tokugawa che aveva attuato una forte persecuzione religiosa nei confronti dei cristiani cattolici.
Lo shogunato inviò un contingente di oltre 125.000 uomini per sopprimere la ribellione e dopo un lungo assedio contro i ribelli nel castello di Hara riuscì a sconfiggerli.
A seguito della rivolta, il leader dei ribelli Shiro Amakusa fu decapitato e la persecuzione anticristiana si fece molto più aspra terminando solo nel 1850. Fu a seguito di questa rivolta che in Giappone si adottò una politica di isolamento nazionale (sakoku) che andò avanti per oltre due secoli.

Contesto storico

L'evangelizzazione del Giappone ebbe inizio il 15 agosto 1549 con lo sbarco del gesuita spagnolo Francesco Saverio che creò la prima comunità cattolica nell'isola di Kyushu nel sud del Giappone.
Il Cattolicesimo si diffuse abbastanza rapidamente in Giappone grazie all'apporto di Alessandro Valignano, un gesuita italiano che apprese il giapponese e pubblicò il Cerimoniale per i missionari in Giappone, una sorta di "guida" per i missionari su come evangelizzare i giapponesi rispettando la loro cultura e le loro tradizioni, con cui si riuscì a convertire molti giapponesi in un tempo relativamente breve. Si è stimato che il numero di convertiti nel 1579 fosse di 130'000 persone, mentre alla fine del XVI secolo saranno 300'000.
Inizialmente le autorità giapponesi, soprattutto durante il governo di Oda Nobunaga, non ostacolarono l'opera dei missionari europei, che anzi videro favorevolmente perché gli permetteva di avere relazioni economiche con la Spagna e il Portogallo e perché riduceva il potere dei monaci buddisti. La situazione cambiò con la salita al potere di Toyotomi Hideyoshi, preoccupato per il crescente numero di convertiti, soprattutto tra i daimyo, che divenuti cattolici ebbero anche dei vantaggi nei rapporti con gli europei.
Il 24 luglio 1587 Hideyoshi promulgò un editto con il quale mise al bando i missionari europei, non gradendo più che questi diffondessero la loro "perniciosa dottrina". Nonostante ciò, i missionari non lasciarono il paese e anzi continuarono la loro evangelizzazione; Hideyoshi decise di attuare misure più repressive e il 5 febbraio 1597 fece crocifiggere ventisei kirishitan, sei francescani, tre gesuiti giapponesi e diciassette giapponesi terziari francescani.
Dopo la morte di Hideyoshi (1598), la persecuzione dei cristiani diminuì per via delle guerre di successione che portarono nel 1603 all'inizio dello shogunato Tokugawa, per poi riprendere qualche anno dopo. Nel 1614 fu vietata la professione della fede cattolica e fu redatto, dal monaco zen Konchiin Suden (1563 – 1633), un decreto di espulsione di tutti i missionari dal Giappone. Nel decreto si accusano i cattolici di aver: «contravvenuto alle norme del governo, diffamato lo scintoismo, calunniato la Vera Legge, distrutto i regolamenti e corrotto la bontà». I cattolici dovettero praticare la loro fede in segreto, e presero il nome di kakure kirishitan ("cristiano nascosto"), per via del fatto che, oltre a dover amministrare i sacramenti in stanze segrete nelle loro abitazioni private, camuffarono i simboli cristiani seguendo i canoni dell'iconografia buddista e le preghiere cristiane in canti buddisti.
Le persecuzioni divennero quindi sistematiche: tutte le chiese che avevano edificato negli anni furono distrutte; tutti i giapponesi che fossero risultati cattolici sarebbero stati giustiziati. Lo shogunato incaricò il clero buddista di vigilare che non vi fossero più giapponesi di fede cattolica. A questo scopo si adottò il "sistema del certificato del tempio" teraukeseido), che non era altro che una sorta di "corso" che si doveva frequentare presso un tempio buddista, al cui termine veniva rilasciato un certificato che attestava l'ortodossia religiosa, l'accettabilità sociale e la fedeltà allo shogunato. Con questo, e altri sistemi - come il "yefumi" - si riuscivano a individuare i cattolici che o dovevano convertirsi al buddismo o sarebbero stati condotti sul Monte Unzen a Nagasaki dove sarebbero stati giustiziati.

La rivolta

L'inizio della rivolta

La rivolta ebbe inizio nella penisola di Shimabara, nel sud del Giappone, la regione era stata governata da Shigemasa Matsukura fino al 1630 e poi dal figlio Katsuie Matsukura che dovette fronteggiare alla rivolta. I due daimyo causarono lo scoppio della rivolta, che i vide i contadini e i rōnin cattolici insorgere contro lo shogunato. Le cause dell'insurrezione furono sostanzialmente due: la prima causa è la persecuzione contro i cattolici della regione; la seconda è l'eccessiva tassazione imposta da Matsukura che, per dar seguito alla politica dell'Ikkoku-ichijō ("un castello in ogni provincia") decisa dallo shogunato, fece smantellare i castelli di Hara e Hino e fece costruire il Castello di Shimabara, nonostante il suo feudo non fosse in grado di sostenere tutte queste spese. Matsukura non si curava delle condizioni già disperate dei contadini e anzi ripeteva che "i contadini sono come spighe di grano. Più vengono spremute e più danno". Molti contadini morivano di fame, ma i soldati dei daimyo compivano qualunque crudeltà nei loro confronti: si dice che rapissero ragazze per violentarle e "appenderle nude a testa in giù" . Un cronista portoghese racconta della figlia di un capovillaggio che fu legata nuda ad un palo e marchiata con ferri roventi. Inoltre i soldati prendevano i bambini e li trattenevano finché la tassa non fosse stata pagata. Alla rivolta si unirono anche gli abitanti del vicino arcipelago di Amakusa, che governata da Katataka Terasawa subirono anch'essi le stesse persecuzioni.
La rivolta scoppiò nell'autunno 1637, con l'assassinio di Hayashi Hyōzaemon, il daikan di Shimabara, ovvero l'esattore delle tasse. In molti villaggi di Shimabara iniziarono le prime violenze e i contadini cominciarono con l'attaccare i granai pubblici in cui era contenuto il riso con cui avevano pagato le nuove tasse.
La notizia della ribellione arrivò a Nagasaki, che inviò delle truppe per reprimere la rivolta. Nel frattempo la rivolta scoppiò anche sull'arcipelago di Amakusa e Terazawa spedì nove nobili alla testa di 3.000 uomini per sedare la rivolta, ma il 27 dicembre 1637, il contingente inviato da Terazawa viene completamente sconfitto. In una successiva battaglia combattuta il 3 gennaio 1638, i ribelli di Amakusa furono sconfitti e i sopravvissuti fuggirono dalla loro isola per unirsi ai ribelli di Shimabara. Su Amakusa le rivolte terminarono poi il mese successivo.
Alla fine dell'anno, 5.000 - 6.000 uomini in armi, alcuni dei quali provenienti da Shimabara, assediarono il castello di Tomioka di Terasawa ad Amakusa, per difendere il suo castello inviò un suo tenente, Miyake Dschumhurij, a Kusatsu per chiedere rinforzi. Questi riuscì a radunare 1.500 uomini, ma lungo la strada fu intercettato dagli insorti che lo sconfissero, e solo una parte di quel contingente riuscì a raggiungere il castello. Nonostante tutto però, l'esercito di Terasawa riuscirà a respingere gli assedianti il 7 gennaio 1638.
Nella penisola di Shimabara, nel frattempo, si pose a capo della rivolta il rōnin di appena 16 anni, Shiro Amakusa. Gli insorti attraversarono il Mar Ariake e raggiunsero la città di Shimabara, qui si accanirono contro gli ufficiali locali che cercavano di fermarli, il 12 dicembre 1637 incendiarono parte della città, e danneggiarono i templi. Decisero poi di assediare il castello di Shimabara di Katsuie Matsukura, ma non ebbero successo e furono respinti.

L'assedio del castello di Hara

Riunirono le loro forze al castello di Hara, che era il vecchio castello del clan Arima, e che si trovava in rovina perché fu smantellato da Shigemasa Matsukura. Vista la poca protezione offerta dal castello, costruirono una palizzata con il legno delle imbarcazioni che utilizzarono per attraversare il mare e si andarono poi a rifornire di armi, munizioni e provviste saccheggiando i magazzini di Matsukura.
Gli insorti capirono che senza artiglieria e armi d'assedio non sarebbero stati in grado di attaccare altre fortezze, per questo motivo, Amakusa, decise di prendere possesso del castello di Hara che, sebbene fosse in rovina, garantiva una buona protezione. Il castello era situato su un promontorio che dava sul mare, tre lati del castello, infatti, terminavano con un dirupo; e per attaccarlo si doveva usare l'unico passaggio disponibile che era protetto da due profondi fossati. Nel castello gli insorti portarono con sé anche le loro donne e i loro bambini e gli storici ritengono che il numero di persone presenti, tra soldati, donne e bambini, vada dai 27.000 ai 37.000. Nel castello tutti lavorarono per rafforzare le difese e sui merli esposero croci di legno e vessilli crociati.
Durante l'assedio, il 14 febbraio gli insorti invieranno un lettera agli assedianti attaccata su una freccia, in cui riassumono le loro motivazioni:
«Per amore del nostro popolo abbiamo ora fatto ricorso a questo castello. Senza dubbio penserete che lo abbiamo fatto nella speranza di ottenere terre e cavalli. Ma non è questo il motivo. È semplicemente perché il cristianesimo non è tollerato, come ben sapete. Frequenti divieti sono stati pubblicati dallo Shogun, che ci hanno notevolmente angosciato. Alcuni di noi che sono qui, considerano la speranza di vita futura la cosa più importante. Per questo non ci sarà alcuna fuga. Dato che non rinnegheranno la loro religione, andranno incontro a tutte le severe punizioni, saranno oggetto di molte sofferenze inumate e vergognose, fino all'ultimo, per la loro devozione al Signore del Cielo, saranno torturati a morte. Altri, ugualmente uomini risoluti, mossi dalla sensibilità del corpo e dalla paura delle torture, celando il dispiacere, hanno rispettato la volontà dello Shogun e hanno ritrattato. Stando così le cose, tutto il popolo si unì in una rivolta, in un modo inspiegabile e miracoloso. Dovremmo continuare a vivere come abbiamo fatto finora e fuori dalle leggi che non saranno abrogate, dobbiamo subire ogni sorta di dura punizione per sopravvivere; dobbiamo, con i nostri corpi deboli e sensibili al dolore, peccare contro il Signore del Cielo e per l'attenzione alle nostre brevi vite perderemmo tutto quello che per noi ha il più alto valore. Queste cose ci riempiono di un dolore insopportabile. Per questo siamo adesso in questa situazione. Non è il risultato di una dottrina corrotta.»



L'esercito che assediò il castello fu composto dalle truppe di vari feudi locali, tra gli altri era presente anche il famoso spadaccino Musashi Miyamoto; lo Shogun diede il comando di tutto l'esercito al daimyo Shigemasa Itakura e chiese l'aiuto degli alleati olandesi che presero parte all'assedio con Nicolaes Couckebacker, il capo di una compagnia commerciale, che rifornì l'esercito a terra di cannoni e polvere da sparo, e inviò sul luogo dello scontro tre vascelli, uno dei quali comandato dallo stesso Couckebacker, il de Ryp. Il castello per una quindicina di giorni subì un pesante cannoneggiamento sia dalle truppe a terra sia dalle navi a mare, si è stimato che furono sparati 426 colpi di cannone, ma nonostante tutto gli insorti resistettero rifugiandosi in alcune gallerie sotterranee che avevano creato per proteggersi dalla cannonate.
Le navi olandesi lasciarono l'assedio di lì a poco, vista la disorganizzazione dell'esercito giapponese e per l'inefficacia della loro strategia giapponese, anche se probabilmente il vero motivo fu che i loro alleati giapponesi non gradivano farsi aiutare da stranieri per sedare una rivolta interna di tali dimensioni, e infatti gli stessi insorti si fecero beffa dei loro nemici inviandogli con una freccia un messaggio con su scritto: «Nel Regno non ci sono soldati più coraggiosi per combatterci, e che non abbiano avuto la vergogna di aver chiamato in aiuto degli stranieri contro il nostro piccolo contingente?».
Itakura, lanciò due attacchi contro il castello, ma entrambi furono respinti dagli insorti, che causarono molte vittime tra gli assediati, mentre loro non ebbero che poche perdite; inoltre durante il secondo assalto, avvenuto il 14 febbraio, Itakura fu ucciso. Lo shogunato mandò nuove truppe al comando del daimyo Nobutsuna Matsudaira, che sostituì il defunto Itakura al comando dell'esercito che assediava il castello.
Gli insorti riuscirono a resistere per altri due mesi e gli assedianti continuavano a perdere uomini senza ottenere alcun risultato. Furono le condizioni climatiche e la tenacia degli assedianti a cambiare le sorti della battaglia. Il freddo dell'inverno infatti aveva danneggiato entrambe le fazioni, ma le truppe dello shogunato ricevevano periodicamente dei rinforzi a differenza dei ribelli, che, oltretutto, cominciavano ad esaurire le munizioni e le scorte di cibo. Nell'aprile 1638, Matsudaira aveva al suo comando 125.000 uomini mentre gli uomini di Amakusa, stanchi e provati dalla fame, erano circa 27.000 Per approfittare della situazione degli insorti, Matsudaira provò a indurli alla resa inviandogli un messaggio in cui prometteva, nonostante avesse l'ordine di ucciderli tutti, il totale perdono per tutti i non cristiani e per coloro che avessero ritrattato la loro fede. La lettera arrivò nelle mani di Amakusa che rispose al suo avversario, scrivendogli che erano tutti cristiani e sarebbero morti per la loro fede, e quindi che non si sarebbero mai arresi.
Nella notte del 4 aprile, gli insorti, ormai privi di cibo e munizioni, tentarono un ultimo attacco, che fu facilmente respinto dagli assedianti che fecero pure alcuni prigionieri. L'attacco definitivo avvenne il 12 aprile quando l'esercito di Matsudaira riuscì finalmente a fare breccia nel castello senza troppe difficoltà. Gli insorti non erano in grado di resistere ancora a lungo, infatti tre giorni più tardi, il 15 aprile, furono sconfitti e le truppe dello Shogun presero possesso del castello.

Esito della rivolta

L'esercito dello Shogun ebbe l'ordine di sterminare tutti gli insorti, comprese le donne e i bambini che si trovavano con loro. Tutti gli occupanti del castello di Hara, che si è stimato fossero tra i 27.000 e i 37.000, tra soldati e civili, furono decapitati e i loro corpi furono ammassati e sepolti tra le rovine del castello che fu incendiato e completamente raso al suolo. Shiro Amakusa fu anch'esso decapitato e la sua testa venne esposta in pubblico a Nagasaki come monito.
Lo shogunato prese dei provvedimenti anche nei confronti degli comandanti del suo stesso esercito: i daimyo di Nagato, Arima e Shimabara furono considerati responsabili della rivolta e vennero decapitati; Matsukura, la cui politica tirannica fu tra le cause della rivolta, fu indotto a compiere il seppuku e il suo feudo passò ad un altro daimyo, Kōriki Tadafusa. I possedimenti del clan Arima e del clan Amakusa furono spartiti tra vari signori feudali, mentre i clan che diedero il loro contributo militare all'esercito dello shogunato furono ricompensati venendo esentati dai periodici contribuiti che dovevano versare allo Shogun.

Forze presenti a Shimabara

La rivolta di Shimabara rappresentò il primo massiccio impiego militare dopo l'assedio di Osaka, nel quale lo shogunato Tokugawa dovette mettere insieme un contingente formato da truppe provenienti da varie province del Giappone.
Il primo comandante supremo delle forze dello shogunato fu Shigemasa Itakura, al comando diretto di 800 uomini. Alla sua morte, il comando supremo passò a Nobutsuna Matsudaira al comando di 1.500 uomini. Il vicecomandante fu Ujikane Toda che comandava 2.500 uomini.
Il grosso dell'esercito dello shogunato era composto da truppe provenienti dai feudi limitrofi a Shimabara. Il contingente più grande, oltre 35.000 uomini, proveniva dall'han (feudo) di Saga ed era al comando di Katsushige Nabeshima. Il secondo più grande era costituito dalle truppe degli han di Kumamoto e Fukuoka, che rispettivamente schierarono 23.500 uomini, al comando di Tadatoshi Hosokawa; e 18.000 uomini al comando di Tadayuki Kuroda. Dal feudo di Kurume provenivano 8.300 uomini al comando di Toyouji Arima; dal feudo di Yanagawa, 5.500 uomini al comando di Muneshige Tachibana; dal feudo di Karatsu, 7.570 uomini al comando di Katataka Terasawa; da Nobeoka, 3.300 uomini al comando di Arima Hayama; da Kokura, 6.000 uomini al comando di Ogasawara Tadazane; da Nakatsu, 2.500 uomini al comando di Nagatsugu Ogasawara; da Bungo-Takada, 1.500 uomini al comando di Shigenao Matsudaira e da Kagoshima, 1.000 uomini al comando di Arinaga Yamada.
Le forze non provenienti dai feudi dell'isola di Kyushu erano costituite dai 5.600 uomini dal feudo di Fukuyama, sotto il comando di Katsunari Mizuno, Katsutoshi Mizuno e Katsusada Mizuno; e da circa 800 uomini provenienti da altre zone del Giappone. Infine erano presenti circa 2.500 samurai, tra cui lo spadaccino Musashi Miyamoto.
In totale, l'esercito dello shogunato ammontava a oltre 125.800 uomini.
Le forze dei ribelli invece non si conoscono con certezza, si stima che i soldati erano più di 14.000 uomini, e con loro erano presenti più di 13.000 non combattenti, tra donne, bambini e anziani. Secondo altre fonti, come quella costituita da una lettera che il gesuita portoghese Duarte Correa scrisse durante la sua prigionia (che va dal 1637 al 1639, anno della sua morte), riporta che dopo l'assedio furono decapitate tra le 35.000 e le 37.000 persone.

Conseguenze

La rivolta di Shimabara fu l'ultimo grande conflitto che svolse in Giappone durante lo shogunato Tokugawa, che fu in generale un periodo abbastanza pacifico per il paese.
Dopo la rivolta, lo shogunato sospettò che i cattolici occidentali avessero favorito l'insurrezione e per questo motivo decise di interrompere anche le relazioni commerciali con i portoghesi, che dopo la cacciata dei missionari e degli spagnoli, era l'ultimo rapporto che il Giappone avesse mantenuto con dei cattolici europei. Nella primavera del 1639, alle navi portoghesi fu impedito di sbarcare in Giappone e tutti i portoghesi furono espulsi dal paese.
Le politiche anticattoliche che mettevano al bando la pratica religiosa, si fecero più dure e i cristiani furono costretti a professare la propria fede in segreto per altri 250 anni.
Sulla penisola di Shimabara, dopo aver represso la rivolta, la maggior parte delle città si ritrovarono con la popolazione decimata. Al fine di non perdere i raccolti e per riprendere la produzione di riso e delle altre colture, gli immigrati che giungevano in Giappone furono fatti stabilire su tutto il territorio della regione. Tutti gli abitanti furono affiliati ai templi buddisti locali e ottennero il certificato che garantiva la loro appartenenza alla religione buddista e la loro fedeltà allo shogunato, secondo quanto previsto dal sistema terauke.




martedì 12 giugno 2018

Accordo di Simla

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L'Accordo di Simla o Convenzione tra Gran Bretagna, Cina, e Tibet di Simla, è un trattato contestato dai cinesi riguardante lo status ed i confini del Tibet negoziato dai delegati di Cina, Tibet e Gran Bretagna a Simla nel 1914.
Fu promosso dai britannici per affermare la propria egemonia nel Tibet, nel timore che l'espansione dell'Impero russo si estendesse sull'altopiano, nel quadro di quello che fu definito il grande gioco fra le due potenze europee per il controllo dell'Asia.
La convenzione doveva stabilire i confini tra la Cina ed il "Tibet Esterno", il cui governo doveva spettare al Tibet. La regione, che corrisponde a grandi linee all'attuale regione Autonoma del Tibet, sarebbe rimasta sotto il protettorato della Cina, che avrebbe dovuto impegnarsi a non interferire negli affari di governo. Doveva inoltre definire i confini tra Tibet, Cina e India britannica.
Il delegato cinese Ivan Chen si rifiutò di sottoscrivere l'accordo e lasciò la conferenza il 3 luglio 1914. Dopo il suo ritiro il delegato britannico Henry McMahon e quello tibetano Lochen Shatra firmarono l'accordo, che divenne quindi bilaterale, ed aggiunsero una nota che escludeva la Cina dai benefici di tale accordo, in base al quale si sarebbe arrivati a stabilire la nuova linea di confine tra i due paesi nota come linea McMahon. Con il nuovo assetto i britannici si impossessarono della vasta area nel nord-est dell'India, corrispondente alla quasi totalità dell'odierno Arunachal Pradesh.

Premesse

Il primo tentativo britannico di esercitare influenza in quest'area era stato nel 1873, quando il governo dell'India coloniale aveva cercato di espandere le sue rotte commerciali nel nord-est spostando il confine più a nord, in corrispondenza della linea di demarcazione naturale rappresentata dall'Himalaya che separa i diversi bacini idrografici.
Questa mappa era stata accettata dai cinesi, che erano stati sconfitti poco tempo prima nelle guerre dell'oppio dai britannici e che esercitavano il protettorato sul Tibet, nel quadro del trattato del 1886 per la definizione del confine tibeto-birmano, e in quello per i confini del Sikkim del 1890.
Il Tibet, che aveva la sovranità sul proprio territorio, rifiutò tali accordi e nel 1903 le truppe britanniche al comando di Francis Younghusband invasero lo Stato asiatico, per obbligarlo ad accettare l'installazione di avamposti commerciali e l'ingerenza britannica negli affari interni del paese. La vittoriosa spedizione si concluse l'anno dopo, con la firma tibetana di un trattato che accettava le condizioni che gli venivano imposte, e con il ritiro delle truppe del Regno Unito.
Nel 1907 Gran Bretagna e Russia riconobbero il protettorato cinese in Tibet e si impegnarono a non siglare alcun accordo con il paese se non con l'intermediazione di Pechino."
Dopo che il governo Qing inviò le sue truppe all'interno del Tibet nel 1910, si registrò un nuovo intervento dei britannici, che occuparono tutta l'area dell'odierno Arunachal Pradesh ad est di Tawang, ed istituirono l'agenzia per le frontiere nord-orientali, che stabilì accordi con i capi delle tribù presenti in quell'area.
Nel 1911 crollò il millenario impero cinese ed il Tibet ne approfittò cacciandone le truppe di stanza a Lhasa e dichiarando l'indipendenza nel 1913, che fu respinta dalla neonata repubblica cinese.

Conferenza

Nel 1913 i britannici convocarono i delegati tibetani e cinesi a Simla in India per sancire le nuove frontiere e stabilire lo status del Tibet. Il ministro degli esteri dell'India coloniale, Sir Henry McMahon illustrò il piano contenuto nel trattato concernente:
  • l'assegnazione alla Cina del territorio chiamato Tibet Interno, che visto dalla prospettiva cinese era quello orientale e comprendeva le aree tibetane del Kham e dell'Amdo racchiuse nelle province del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan
  • il riconoscimento della sovranità tibetana, sotto protettorato cinese, del Tibet Esterno, comprendente all'incirca l'odierna area della Regione Autonoma del Tibet
  • la ratifica della nuova linea di frontiera tra il Tibet e l'India nord-orientale denominata linea di McMahon, che venne rappresentata in una mappa allegata al documento
Quest'ultima frontiera era stata negoziata in precedenza durante dei colloqui svoltisi a Delhi tra i delegati britannici e tibetani e non fu sottoposta all'esame dei cinesi prima di Simla. La grande mappa originale, tenuta nascosta ai cinesi, fu disegnata in una scala espressa in pollici e miglia che corrispondeva a una scala metrica di circa 1:5.000, mentre quella allegata al trattato, che i cinesi non presero in considerazione, era molto più ridotta, essendo un'appendice dell'argomento chiave della conferenza, riguardante le frontiere tra Tibet e Cina.
I punti più importanti dell'accordo erano i seguenti:
  • riconoscimento del protettorato cinese nel Tibet Esterno
  • riconoscimento della sovranità del Tibet Esterno e non ingerenza cinese nella sua amministrazione e nella nomina del Dalai Lama che venivano affidate al governo di Lhasa
  • impegno cinese a non trasformare il Tibet in una sua provincia
  • impegno britannico a non annettersi alcuna parte del Tibet
  • riconoscimento dell'interesse britannico nel fare del Tibet uno Stato sovrano e mantenimento dell'ordine nelle frontiere indo-tibetane
  • rispetto degli accordi del trattato anglo-tibetano del 1904 con l'unica deroga riguardante la concessione al Tibet di mantenere i rapporti con la Cina
  • ritiro entro tre mesi di tutte le truppe ed ufficiali cinesi dal Tibet Esterno ad eccezione di un delegato avente diritto ad una scorta massima di 300 uomini
  • impegno britannico di non mantenere truppe né ufficiali nel Tibet ad eccezione di un agente e della sua scorta, a cui viene fissata la residenza a Gyantse, situata sulla strada tra Lhasa ed il Nepal, e data facoltà di visitare Lhasa per eventuali colloqui col governo tibetano
  • inizio immediato dei negoziati tra Tibet e Gran Bretagna per la realizzazione di un piano di scambi commerciali sulla base del trattato del 1904
  • accettazione delle nuove frontiere illustrate nelle mappe allegate tra Tibet Interno e Tibet Esterno, e tra Tibet e India.
  • salvaguardia del diritto tibetano di esercitare il pieno controllo su quanto riguarda le faccende religiose interne



Altre note allegate al trattato prevedevano:
  • il riconoscimento che il Tibet era un territorio cinese
  • l'immediata notifica della scelta del nuovo Dalai Lama al governo di Pechino, cui spettava la ratifica e l'investitura
  • l'esclusiva competenza tibetana sulla nomina degli ufficiali del Tibet Esterno, che non aveva diritto ad essere rappresentato nel parlamento cinese.
La conferenza fallì per il rifiuto cinese di accettare i confini proposti con il Tibet Esterno, ma i documenti furono controfirmati da tibetani e britannici che subito intavolarono i negoziati per nuovi accordi commerciali.

Conseguenze

L'accordo fu in un primo momento bocciato dal governo indo-britannico, in quanto non conforme al trattato anglo-russo del 1907, e fu pubblicato con una nota che evidenziava il mancato raggiungimento dell'accordo fra le parti convocate.
Il trattato anglo-russo cessò di avere effetto nel 1921 in comune accordo fra le due parti, ma la linea McMahon non fu presa in considerazione fino al 1935. La prima mappa comprendente la linea McMahaon fu pubblicata nel 1937, e nel 1938 fu invece pubblicato il trattato di Simla, accompagnato da un testo che metteva in risalto come tale documento fosse stato firmato da tibetani e britannici malgrado il rifiuto a sottoscriverlo da parte dei cinesi.
Alla fine degli anni cinquanta la linea di McMahon fu oggetto di tensioni tra l'India e la Cina, che ne rigettava la validità in quanto il Tibet non era uno Stato autonomo e non poteva firmare quanto le competeva, e considerava l'accordo un trattato ineguale imposto dai britannici.
La Cina offrì all'India di rinunciare alle sue pretese su quei territori se l'India avesse rinunciato alle sue pretese sulla regione dell'Aksai Chin, contesa tra i due stati. Il rifiuto indiano portò alla guerra sino-indiana del 1962 che non cambiò lo status quo ante bellum. Anni dopo la zona demarcata dalla linea McMahon fu chiamata Arunachal Pradesh, ma per la Cina rimane tuttora il Sud Tibet.

Cambiamento della posizione britannica del 2008

Fino al 2008 il governo del Regno Unito ha riconosciuto solo il protettorato cinese sul Tibet, ma mai la sovranità, che è stata invece ufficialmente riconosciuta nel 2008 dal ministro degli Esteri David Miliband con la pubblicazione sul sito internet governativo della nuova posizione britannica, in cui dichiara come la precedente posizione fosse dettata da criteri anacronistici.
Il settimanale inglese The Economist ha osservato che senza usare la parola "sovranità" il ministro ha dichiarato che il nuovo punto di vista britannico vede il Tibet come parte della Cina.
Da più parti sono state fatte ampie speculazioni su come tale dichiarazione sia stata dettata dal ruolo di primo piano che la Cina ha assunto all'interno del Fondo Monetario Internazionale negli ultimi anni.